L’aggetivo “valdese” indica la discendenza dal movimento medievale originato da un cittadino di Lione (certo Valdès) di poco anteriore a San Francesco, che decise di vendere i suoi beni per dedicarsi all’annuncio dell’Evangelo. La Parola di Dio, dissero i valdesi, può essere predicata anche dai laici e la Chiesa deve prenderne sul serio gli insegnamenti. Questo è possibile solo vivendo nella povertà, rinunciando al potere politico e all’uso della forza. Egli non intendeva ribellarsi alla chiesa, ma collaborare al suo rinnovamento, seguendo l’esempio dei primi cristiani. Fu invece scomunicato insieme ai suoi seguaci, dal momento che ai laici non era permesso l’annuncio della Parola di Dio.
Nonostante l’opposizione della chiesa ufficiale, il movimento valdese si diffuse in tutta Europa, raccogliendo consensi soprattutto fra il popolo. Fino all’epoca della Riforma il piccolo popolo valdese si mantenne fedele allo spirito del suo fondatore, che anticipò Francesco d’Assisi nella richiesta di una Chiesa povera, senza potere e ricchezze temporali.
Quando Lutero e i riformatori svizzeri si ribellarono al giogo di Roma, nel nome di una fede libera da sovrastrutture e tradizioni umane, i valdesi si unirono agli altri protestanti nel Sinodo di Chanforan (1532). Da allora sono in comunione con le altre chiese riformate e collaborano con tutte le confessioni rappresentate nel Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra.
Lutero, Calvino e gli altri riformatori riaffermarono i principi costitutivi della religione cristiana, riassunti in tre espressioni: Sola Grazia, perché Dio ci salva per la sua bontà gratuita e non per i nostri meriti; Solo Cristo, perché Gesù Cristo è l’unico nostro Signore e l’unico mediatore tra l’uomo e Dio; Sola Scrittura, perché l’unica fonte a cui attingere per conoscere il Signore sono i libri della Bibbia, da cui la Parola di Dio raggiunge l’uomo in ogni epoca.
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